MONOLOGO “IO SONO ZORBA”
Una giovane ragazza si fa avanti. Un raggio di luce la illumina. Voce dolce ma ferma. Pausa. Respira profondamente.
(Zorba) Buonasera. Io sono Zorba. Sembro una ragazzina, lo so. Ma io ero qui prima di voi.
Il paese finiva là, al Comune. Oltre, solo terra bruciata dal sole, sterpaglia e vento. Io ero qui.
Ho visto generazioni passare come stagioni. Alcuni sono tornati. Di altri non resta che un nome sbiadito. Ma io li ricordo tutti.
Un tempo, il centro del paese era vivo. Uomini piegati dal lavoro in miniera e dalla campagna che rompeva le ossa. Donne forti, silenziose. Famiglie costrette a partire.
Partivano da ragazzi e tornavano uomini. Andavano lontano, a cercare dignità.
In Germania, in Belgio, nelle fabbriche. Il lavoro sembrava quasi riposare, rispetto alla fame lasciata qui.
E iniziarono a mandare soldi. A costruire, da lontano. Io cominciavo a cambiare. Mi cucivano addosso un vestito nuovo: case sopra case. Grandi case.
Dove prima vivevano in dieci dentro una stanza, ora c’era spazio, respiro, sogno.
L’estate era una festa. Quando tornavano, portavano gioia, profumo di mondi lontani, macchine cariche di regali e accenti mescolati.
Poi, la Zorba è cresciuta. Le case si riempivano, i cortili risuonavano di voci, i sogni diventavano necessità.
Io, Zorba, ho sentito dentro di me nascere il desiderio di rivalsa. Non volevo più essere la parte dimenticata. Volevo essere luogo, comunità, speranza.
Vedere i bambini giocare per strada, le famiglie restare, la vita fiorire.
E allora ho sognato ancora: eventi, feste, accoglienza.
Ho immaginato un turismo del ritorno. Anche solo per pochi giorni, ma carichi di senso.
Perché qui, dove i nonni sono nati, qualcuno possa ancora tornare a sentirsi a casa.
La mia missione è chiara. Proteggere i più piccoli, accompagnare i più fragili, costruire un domani con chi ha coraggio.
E per farlo… ho bisogno di una collaborazione seria, onesta, concreta. Con tutte le associazioni, con chi lavora per il bene comune, e con un’amministrazione che sappia guardare lontano.
(Pausa. Voce più dolce)
Mi chiamo Zorba. Come l’albero del sorbo, che resiste nei terreni più duri. E come Zorba il greco, che danzava anche nei momenti peggiori, perché sapeva che la vita va abbracciata, anche quando trema.
Io sono Zorba. E non ho mai smesso di credere in voi. E di cà un minni vaiu
(Si inchina. Fine.)